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Sanza (SA) - Il futuro che non c'è; forse.


Credo sia necessario interrogarsi sul futuro dei piccoli paesini delle aree interne; tra questi anche la comunità di Sanza. Credo sia necessario farlo perché non sfugge, a chi vive in questi luoghi, che la stagnazione culturale e politica, prim’ancora che economica, ha realizzato in poco tempo la disgregazione sociale che è l’anticamera del decesso definitivo dello spirito di comunità. Come dire che siamo davvero alla fine di un’epoca: quella dei piccoli comuni dove vi era, almeno, l’illusione di una vita migliore rispetto ai grandi centri urbani.

Piccoli comuni dove la gente non vive più, piuttosto sopravvive a se stessi, ogni giorno. Tutti o quasi, concentrati a difendere nel proprio piccolo una posizione, un interesse, uno status. Insomma, come dire, ognuno concentrato su se stesso, perdendo di vista quello spiraglio di speranza che viceversa dovrebbe annidarsi nello spirito collettivo. Cosa ha determinato tutto ciò, credo sia chiaro. La mancanza di una visione strategica di lungo periodo che negli anni, piuttosto che stratificare cultura collettiva e sociale, “quella del noi”, ha viceversa creato un individualismo puro ed assoluto, mirato al raggiungimento del desiderio personale e non dell’esigenza di comunità, ha certificato uno stato di quiescenza dal quale è praticamente impossibile venir fuori. Non vi sono infatti più elementi concreti che possono far tornare le cose al proprio posto. insomma, come dire, che nulla sarà più come prima. ma anche questa considerazione, tuttavia, ha una sua reale concretezza nel fatto che certo, il tempo scorre e tutto cambia. Dunque non si torna indietro. Ma occorre però guardare avanti. Come? Con quali occhi? La realtà ci offre uno spaccato molto preoccupante. Una popolazione che invecchia e la mancanza di una forza propulsiva da parte dei giovani, che non ci sono. Una mancanza di idee che cambino il corso della storia; una mancanza di iniziative e progetti che diano una nuova connotazione e dunque una speranza sono la concreta realtà dell’oggi. Una realtà dalla quale non si sfugge. Piuttosto si nota una chiusura, di tipo difensivo, su se stessi. Una chiusura che non apre ad alcun confronto soprattutto da parte di coloro che sono deputati, per scelta propria e collettiva, ad offrire soluzioni ed idee. Si sopravvive provando ad auto convincersi che è meglio non curarsi di ciò che accade, piuttosto magari è opportuno concentrarsi su se stessi e sui propri interessi. Questa è l’impressione che ho, dialogando con le persone, poche, che si riescono ad incontrare in una piazza sempre più vuota; in locali sempre più silenziosi. Una spirale che sta inghiottendo tutto e tutti. Manca persino la voglia di incontrarsi e confrontarsi. Manca persino la volontà di parlare. Insomma, un presente segnato ed un futuro già delineato che non trova nessuna forma di ribellione. Una fotografia che potrà apparire molto pesante; una breve analisi di un contesto che credo non piacerà ad alcuni, ma che sarà condivisa da molti. Ma per comprendere la drammaticità di questa riflessione, occorre fare quattro passi nel centro storico del paese; di giorno e di sera. Occorre uscire in piazza la sera dopo le 20. Occorre uscire in piazza la mattina dopo le 9. Occorre frequentare qualche attività commerciale, le poche rimaste. Occorre parlare con qualche anziano; occorre ascoltare qualche giovane; qualche adolescente. Occorre incontrare qualche artigiano; non si contano neppure più su una mano. Dunque, quale speranza? Quale futuro? Una domanda che pongo con rispetto ma con determinazione a coloro che hanno deciso di mettersi in gioco, a coloro che guidano questa comunità. A coloro che intendono cimentarsi con la politica, con l’amministrazione della cosa pubblica, insomma che aspirano a guidare questo paesino. Vi invito a condividere le vostre idee. Vi invito a manifestare le vostre soluzioni. Vi invito a rendere noti i vostri progetti. Credo sia un primo ma importante passo in avanti per ricostruire quello spirito di partecipazione e condivisione, che forse, ma la mia è un’illusione, può determinare la rinascita di quello spirito di appartenenza e di “partecipazione”.



Note: di Lorenzo Peluso.

Pubblicato il 12-01-2016, letto 1193 volte

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