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Mare Nostrum. L’eresia definitiva: il #buonismo. La riflessione di Andrea Cionci.


Sganciato dalla realtà, il lodevole proposito di accogliere chiunque sempre e comunque apre le porte a una società in cui nessuno può sentirsi al sicuro, così fatalmente la casa di tutti diventa la casa di nessuno. Il tragico stillicidio di cui è teatro il Mediterraneo chiede una revisione valoriale.

Qualcuno disse che l’ultima eresia cristiana è stata il Comunismo. I tempi cambiano, ed emerge con contorni sempre più chiari come l’ultimissima eresie si chiami piuttosto… Buonismo. Lo stesso che ha prodotto l’ennesima tragedia del mare, provocando la morte di centinaia di migranti. “Il medico pietoso fa la piaga purulenta”: politici e giornalisti rimangono abbacinati dalla nuovissima rivelazione e tutti si accorgono che forse Mare Nostrum ha funzionato più da servizio traghetti che non da deterrente per le folli traversate, e che forse era meglio essere un poco più diffidenti verso la cosiddetta “Primavera araba”. Le poche cassandre scarmigliate che da anni tuonavano contro questi inefficaci provvedimenti si consolano amaramente, sebbene nessuno si sogni di dare loro, tardivamente, ragione. Il Buonismo meriterebbe l’applicazione dei più titolati studiosi di Storia del Cristianesimo. È un’eresia fondata, come molte delle sue antenate, sul rifiuto della completezza del messaggio evangelico. Così come i Catari rifiutavano la materia e la carne, come i Nestoriani rifiutavano di considerare Maria la Madre di Dio, come i Quietisti rifiutavano la virtù e il desiderio di santità, così i buonisti di oggi, da un lato arraffano furbescamente la misericordia, la bontà, l’amore per il prossimo di derivazione cristiana - per meri scopi di marketing elettorale - ma dall’altro rifiutano in blocco le scomode Verità, Giustizia, Fortezza. L’ulteriore perversione buonista è quella per cui, mentre il messaggio evengelico ha proposto l’Amore come scelta volontaria e come forma di comunicazione interpersonale, il Buonismo impone obbligatoriamente questa filosofia molliccia come sistema di governo e di accalappiamento di voti, negando completamente il precetto fondamentale circa il “Dare a Cesare quel che è di Cesare”. Gesù sapeva bene che gestire le masse è cosa diversa dal gestire il singolo individuo, quel prossimo che si può abbracciare e guardare negli occhi. Tanto per semplificare: è forse possibile che un Ministro delle Finanze convinca 59 milioni di italiani a pagare le tasse con il buon esempio, la misericordia, il perdono, l’amore? No. Purtroppo l’esperienza dimostra che soprattutto con la paura del controllo e della sanzione si possono ottenere dei risultati apprezzabili. È una verità triste e scomoda, ma l’aspetto sanzionatorio, l’uso oculato del timore sono strumenti di Cesare fondamentali e necessari. Non a caso, la stessa Chiesa cattolica, per due millenni, quando ha avuto in mano il potere secolare, ha dovuto far tagliare teste a tutto spiano, (anche se forse molto meno rispetto agli altri stati europei) proprio perché all’epoca, l’unico modo per amministrare milioni di pericolosi analfabeti affamati, era e rimaneva il ceppo. È del tutto antistorico scandalizzarsi per questo. “Cesare”, il governante, deve prendere decisioni anche dure, impopolari, e severe, improntate non all’emotività, ma alla Razionalità e alla Funzionalità. Deve gestire non il singolo uomo, con la sua sensibilità individuale, ma un insieme di milioni di persone: una massa pesante, istintiva e ottusa. La faccenda sbarchi dimostra che il Cesare italiano si è comportato come un parroco alla Don Gallo, e non come un vero Cesare. Se è pur vero che la nobile paternità dell’eresia buonista può essere ascritta a Walter Veltroni, uno dei primi a proporre, con studiata consapevolezza, l’immagine di uomo politico sempre dolce, buono, pietoso e tollerante, possiamo però dire che è dal 1945 che lo Stato Italiano, praticamente, non ha assunto mai, in nessun caso, alcuna posizione improntata alla forza, alla durezza e alla decisione. Un rifiuto sistematico del tutto innaturale, poiché se nella vita di ogni persona psicologicamente sana è capitato, almeno una volta, di dover assumere una posizione di intransigenza, tanto più si la dovrebbe vedere frequentemente nell’attività di un governante. Forse l’ultima volta in cui un capo di governo ha dimostrato un po’ di testosterone è stato nell’85, quando Craxi si è ribellato agli americani durante la crisi di Sigonella. Rifiutandosi di consegnare i terroristi palestinesi ai marines, Craxi osò affermare il rispetto della sovranità della nazione italiana. Da lì in poi è stata una colata di melassa continua, un chinare la schiena di fronte a qualsiasi minoranza, di fronte ai diktat europei, davanti ai protestatari e ai casinari. Una serie di dimostrazioni di debolezza interrotta solo da qualche crudele e iniqua intemperanza da Tardo Impero, alla Eliogabalo, tipo la Riforma Fornero. Eh sì, perché lo Stato italiano si rimette in testa la corona turrita e brandeggia minacciosamente lo scettro solo quando c’è da raccogliere quattrini. Così come si è evoluta la figura paterna, passata dal padre autorevole e spesso autoritario degli anni ’30 al padre-bancomat giocherellone e devirilizzato di oggi, così lo Stato italiano, ormai da diversi decenni, è diventato un genitore imbelle, inabile a perseguire il bene collettivo con lungmiranza, totalmente impossibilitato a prendere decisioni improntate al rigore, alla disciplina, alla severità. Perché tutto questo? Come ha recentemente affermato il noto pedagogo tedesco Bernhard Bueb, commentando il suo discusso libro “Elogio della disciplina”: “A noi ci ha rovinati il Nazismo”. Parafrasando il professore germanico, a noi ci ha rovinati il Fascismo, nel senso che da troppi decenni , qualsiasi rimando al rigore e alla severità, alla difesa dei valori tradizionali e della sovranità nazionale viene immediatamente associato al “Male assoluto”. E nessun politico oggi è più disposto a rischiare i propri voti, la propria carriera per concedersi il lusso morale di dire “sì, sì-no, no”. Eppure, della validità indiscutibile di quei valori - oggi demodé - parlava perfino Platone, in tempi decisamente non sospetti: «Quando un popolo, divorato dalla sete della libertà, si trova ad avere a capo dei coppieri che gliene versano quanta ne vuole, fino ad ubriacarlo, accade allora che, se i governanti resistono alle richieste dei sempre più esigenti sudditi, sono dichiarati tiranni. E avviene pure che chi si dimostra disciplinato nei confronti dei superiori è definito un uomo senza carattere, servo; che il padre impaurito finisce per trattare il figlio come suo pari, e non è più rispettato, che il maestro non osa rimproverare gli scolari e costoro si fanno beffe di lui, che i giovani pretendano gli stessi diritti, le stesse considerazioni dei vecchi, e questi, per non parer troppo severi, danno ragione ai giovani. In questo clima di libertà, nel nome della medesima, non vi è più riguardo per nessuno. In mezzo a tale licenza nasce e si sviluppa una mala pianta: la tirannia». Adesso ci si appresta - con una stucchevole retorica neo-umbertina -a festeggiare il 25 aprile, ma sia chiaro che si festeggia, insieme alla Liberazione dal Fascismo, anche l’abbandono (il classico bambino gettato via con l’acqua sporca) di valori immortali e fondativi di qualsiasi Stato, che erano del tutto preesistenti al Fascismo, anche se da esso furono enfatizzati massimamente. Questo 25 aprile sarà uno stucchevole, faziosissimo carnevale con reginetta la Presidente Boldrini, con i suoi coriandoli rossi e le sue boutades sulla cancellazione dei simboli del Ventennio. Il Fascismo, intanto, dal suo sepolcro, guarda l’Italia di oggi, le tragedie del mare, e si tiene ben stretto il vasellame d’oro che l’Italietta repubblicana gli ha miopemente lasciato in dono come corredo funerario: l’Onore, la Patria, la Disciplina, la Famiglia, la Forza, il Rigore, la Tradizione, la Difesa dei confini nazionali. Sarebbe ora di scoperchiare quella tomba e, (attenzione!) piuttosto che tentare di rianimare inutilmente un cadavere, sarebbe opportuno recuperare quei valori immortali rimasti in ostaggio del passato e funzionali al futuro non solo dei cittadini italiani, ma anche dei nostri fratelli del Nord Africa.


Note: di Andrea Cionci.

Pubblicato il 24-04-2015, letto 74 volte

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