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Giornalismo - L’evoluzione della carta di Roma. Verso una carta che regoli la minaccia comunicativa


I cambiamenti radicali che sta subendo il mondo globale della comunicazione impongono una riflessione seria sull’atteggiamento che la professione deve assumere in merito al contesto dei conflitti cosiddetti “ibridi”, sempre più estesi e frequenti, dove la comunicazione ha assunto un ruolo preminente, utilizzato in alcuni contesti, addirittura come azione bellica offensiva.

E’ certamente il caso di Daesh che ha portato alla ribalta la comunicazione come strumento non più di propaganda ma certamente quale sistema d’attacco mediatico che ha valore di un’azione militare. Di colpo tutti abbiamo compreso come la comunicazione può diventare strumento di attacco e di violenza, la comunicazione giornalistica che in modo normale ed inconsapevole, diviene strumento di amplificazione e quindi punto nodale di una nuova strategia militare, fino ad oggi sottovalutata. Daesh nella sua breve ma vertiginosa ascesa ha radicalmente innovato il concetto stesso di utilizzo dei media, puntando molto su quelli di ultimissima generazione, trasformando la notizia in una attacco tattico in grado di sortire effetti in campo diplomatico, politico, sociale ed economico.  Gli analisti politici e militari hanno convenuto che nessuno al momento è stato in grado di mettere in campo una credibile strategia di contrasto all’azione mediatica che l’informazione strumentale di Daesh ha sortito grazie alla notiziabilità di azioni efferate e violente. La concretezza di questa teoria la si trova nell’agire di un giovane inglese con il volto celato; Jihadi John, al secolo Mohammed Emwazi. Un criminale terrorista che senza nessuna pietà, inneggiando alla guerra santa contro l’Occidente, il 19 agosto 2014 ha tagliato la gola al giornalista americano James Foley. Da quel momento nulla è stato più come prima. Il collega Foley era un freelance. Aveva solo 40 anni. Una vita, una carriera spese a raccontare il mondo arabo, le sue contraddizioni, il suo fascino, le guerre, le tragedie degli ultimi. Era stato rapito in Siria il 22 novembre 2012. Il Mondo aveva presto dimenticato il volto e la storia di questo giovane reporter americano. Il 19 agosto 2014 tutto cambia. Un video diffuso in rete, le immagini scioccanti. Il deserto, un uomo coraggioso e lucido, in ginocchio, in tuta arancione, la stessa utilizzata a Guantanamo. Al suo fianco un giovane interamente vestito di nero e col volto coperto che gli punta un coltello alla gola. Il mondo occidentale è scioccato. Solo il primo di una lunga serie di attacchi all’occidente mediante l’informazione.  I prodotti comunicativi veicolati dal Califfato hanno condizionato e continuano a condizionare le opinioni pubbliche, animando un dibattito che non trova risposte. Dunque come l’informazione, il giornalismo, deve trattare questi argomenti? Come il giornalista deve equilibrare il criterio deontologico fondamentale ‘del rispetto della verità sostanziale dei fatti osservati’, caposaldo dell’articolo 2 della legge istitutiva dell’Ordine con la necessità di non prestarsi ad un attacco mediatico predeterminato?  Il punto di partenza potrebbe essere un’appendice evolutiva alla Carta di Roma, codice deontologico su migranti, richiedenti asilo, rifugiati e vittime della tratta, firmato dal Consiglio nazionale dell’Ordine dei Giornalisti e dalla Federazione Nazionale della Stampa Italiana il 12 giugno 2008. Nata in collaborazione e su impulso dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (Unhcr)  I giornalisti sono invitati a “osservare la massima attenzione nel trattamento delle informazioni concernenti i richiedenti asilo, i rifugiati, le vittime della tratta ed i migranti nel territorio della Repubblica Italiana e altrove”. Si raccomanda a giornalisti e redazioni di “adottare termini giuridicamente appropriati sempre al fine di restituire al lettore la massima aderenza alla realtà dei fatti, evitando l’uso di termini impropri”. Occorre non suscitare allarmi ingiustificati e quindi a “evitare la diffusione di informazioni imprecise, sommarie o distorte a riguardo.  Si invita altresì i giornalisti a tutelare coloro che scelgono di parlare con i giornalisti, adottando accortezze in merito all’identità ed all’immagine che non consentano l’identificazione della persona, onde evitare di esporla a ritorsioni contro la stessa e i familiari, tanto da parte di autorità del paese di origine, che di entità o di organizzazioni criminali. L’ultima indicazione riportata nella Carta di Roma riguarda le fonti con l’invito ad interpellare, quando ciò sia possibile, esperti ed organizzazioni specializzate in materia, in modo da spiegare anche le cause dei fenomeni migratori. Questo il punto di partenza di un’appendice alla Carta di Roma che ora vada ad inserire anche elementi di attenzione nel trattare argomentazioni relative alla misura della minaccia comunicativa inerente contenuti di conflittualità storico/etnica/religiosa; rilevanza terroristica globale.  Un esempio concreto di discrezionalità nel trattare queste argomentazioni è certo il caso dell’allora direttore della testata giornalistica RaiNews24, Monica Maggioni, che nel maggio del 2015 decise di non trasmettere più i video dell’orrore provenienti da Daesh. Si pone quindi la necessità deontologica di dare supporto ed indicazioni di carattere generale nel trattare argomentazioni che per loro natura possono produrre minaccia comunicativa. Certamente massima aderenza alla realtà dei fatti, ma anche un’informazione che non sia strumento di propaganda inconsapevole e soprattutto arma silenziosa per intimorire e spaventare la società occidentale alle prese con una crisi di identità senza precedenti.



Note: di Lorenzo Peluso.

Pubblicato il 21-07-2016, letto 103 volte

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