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Michael Louis Giffoni, la storia di un uomo perbene.


Ci sono voluti ben 16 mesi, ma l’odissea dai contorni kafkiani che ha investito, travolgendolo, l’ex ambasciatore italiano in Kosovo, Michael Louis Giffoni, originario di Teggiano, nel Salernitano, sembra essersi avviata verso una positiva conclusione. Se non terminata del tutto, probabilmente, ha visto un vero e proprio “giro di boa”, fissando un punto fermo.

Oltre un anno, poi l’udienza di merito del TAR del Lazio due mesi fa, e venerdì 12 giugno la sentenza che accoglie il ricorso presentato da Giffoni ed annulla il provvedimento di destituzione emesso a luglio dello scorso anno dal Ministero degli Esteri, dopo 5 mesi di sospensione cautelare, dando ordine allo stesso Ministero di ottemperare alla sentenza, quindi probabilmente reintegrando l’ambasciatore Giffoni nei ranghi e nelle funzioni diplomatiche. Una vicenda complicata quella di Giffoni. Agli inizi dello scorso anno scoppiò lo scandalo dei visti falsi all’ambasciata di Pristina in Kosovo, con il coinvolgimento di alcuni funzionari dell’Ambasciata italiana che lì operavano, in primo luogo un impiegato a contratto locale. Era poi emerso che tra chi aveva ottenuto visti vi erano anche tre terroristi jihadisti, pericolosi islamisti di origine kosovara, entrati in Italia facendo poi perdere le tracce, tranne per uno fattosi saltare in aria in un attentato in Iraq. L’inchiesta nasce su impulso della Polizia europea "Eulex" ed anche la Procura della Repubblica di Roma apre un fascicolo che vede coinvolti i contrattisti dipendenti dell'ambasciata. Finisce nel vortice anche l’ex ambasciatore italiano a Pristina, Michael Giffoni, che intanto dall’ottobre 2013 è rientrato a Roma per regolare avvicendamento dopo 5 anni e mezzo di servizio in Kosovo coronato da successi su tutti i fronti, nominato Capo della delicata Unità per il Mediterraneo e Nord Africa e impegnato principalmente sul difficile fronte libico. Sia Eulex, l’organo inquirente internazionale, sia la procura kosovara sia quella di Roma precisano però che Giffoni non è indagato né può essere considerato responsabile di ciò che è accaduto, palesandosi invece come una vera e proprio vittima di raggiro da parte di impiegati infedeli e collusi con la malavita locale. Tuttavia, la Farnesina lo sospende dalle attività e poi addirittura lo destituisce a luglio scorso: una decisione che ha provocato amarezza e sofferenza nel diplomatico di origini salernitane e anche sconcerto e incredulità in tutti coloro che in venti e più anni di carriera lo hanno visto operare efficacemente e lealmente in contesti diplomatici di grande difficoltà, dalla Sarajevo sotto assedio degli anni ’90, a Bruxelles prima per la Presidenza europea di turno del 2003 e poi nella veste di Direttore per i Balcani dell’Alto Rappresentante UE Solana, incarico che apre le porte a quello di primo Ambasciatore d’Italia in Kosovo, al momento della sua indipendenza nel 2008. Contro tale decisione, lo stesso Giffoni ha presentato subito ricorso al TAR del Lazio. In effetti, Giffoni è molto apprezzato a livello internazionale per la capacità di dialogo e l’estrema serietà, motivo per il quale gli è stato anche affidato da Bruxelles il difficile incarico di Facilitatore UE per il Nord del Kosovo, che ha ricoperto per due anni facendo da “apripista” all’avvio ufficiale del dialogo tra Pristina e Belgrado avvenuto nell’ottobre 2012, che ha portato poi alla firma di un accordo in dieci punti nell’aprile dell’anno successivo, facilitato dalla Baronessa Ashton, segnando un grande successo della diplomazia europea. Un uomo dunque finito quasi “stritolato” da quel sistema che per molti anni ha servito con abnegazione ed impegno e per il quale ha pagato a caro prezzo, anche dal punto di vista psicofisico e morale. Ora la sentenza del Tar Lazio che ristabilisce la verità almeno dal punto di vista della giustizia amministrativa. “Se non siamo già alla fine dell’incubo, siamo forse all’inizio della sua fine – riferisce a Quesimezzogiorno.it Giffoni – ma sono felicemente sereno perché, forte della mia coscienza e della mia dignità, pur nell’amarezza e nella sofferenza non ho mai perso la fiducia nelle istituzioni cui ho lealmente dedicato una vita di lavoro e sacrifici, certo che prima o poi si sarebbero ristabilite verità e giustizia. Alla sentenza ho pianto, per la gioia; ho giocato e scherzato con il mio piccolo Adriano sentendomi finalmente leggero come una piuma e con mia moglie ci siamo detti: non abbiamo mollato per un anno e mezzo, continueremo a tenere duro, se necessario ancora. Ma intanto godiamoci questi giorni di luce e serenità” ha concluso Giffoni.


Note: di Lorenzo Peluso.

Pubblicato il 16-06-2015, letto 356 volte

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