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Un concerto in "Piazza Paradiso" per Vito e Goffredo.


Ho sognato. Ho sognato una festa. Un sacco di gente allegra che canticchiava in una piazza illuminata a giorno. Visi che non conosco ma che vedo spensierati e sereni. Al centro della piazza un palco; un pianoforte. Mi sembra quasi di riconoscere il volto, anzi i volti. Intenti a duettare, come fanno i grandi artisti, Vito e Goffredo. Ora li riconosco.

Goffredo suona e canta; Vito prova a stargli dietro. Con difficoltà però. La gente si diverte, è allegra. Tutti sorridono. La musica sale alta nell’atmosfera. Le note delle più belle canzoni napoletane si levano e si espandono nell’etere. Si guardano e sorridono, complici, Goffredo e Vito. Di lato anche un’altra persona. Mi avvicino. Ecco, ora lo riconosco. E’ Cenzino. Anche lui canta e continua a sussurrare “facimmo ammuina”. Poi scorgo un uomo in vesti bianche. Alto, fiero. E’ in disparte. Guarda con un certo stupore ciò che sta accadendo. Quasi non gli sembra vero che lì, in quel posto, ci possa essere gente che si diverte in questo modo. “E’ colpa di quei due – mi dice avvicinandosi– da quando è arrivato questo musicista, ieri sera, è scoppiato il casino” aggiunge. Mi perdoni, gli chiedo, avvicinandomi: posso cortesemente sapere che sta succedendo? Mi guarda stupito. “Hanno messo su una festa – si affretta a chiarire - quei due li al centro; quello basso e sorridente. Lo chiamano Vito. L’altro, quel bel giovane che suona il piano; quello che sta cantando: perdere l’amore. Credo faccia Goffredo di nome” aggiunge. “Il problema è che non riesco a farli smettere. Ho già mandato due volte il mio assistente, Pietro, ma nulla. Continuano a cantare e suonare” aggiunge. Nel mentre che ascolto la voce straordinaria di Goffredo, mi volto di scatto e scorgo a pochi passi dal palco un signore anziano. Porta gli occhiali. In mano armeggia con una vecchia telecamera. Credo stia riprendendo questo spettacolo. Però, penso tra me e me, qui sono organizzati; evidentemente hanno anche la televisione. “Lo chiamano Zi Tonino” aggiunge l’anziano in veste bianca. “E ma qui forse non hanno capito con chi hanno a che fare. Qui comando io. Le regole le detto io – aggiunge quasi adirato l’uomo – Pensi che quello basso, quello che sta cantando adesso quel pezzo di Nicola di Bari, ieri sera quando è arrivato Goffredo ha chiamato tutti in piazza gridando a squarcia gola e mo chi ne ferma chiù. A ma fa solo burdello. Forse era meglio lasciarli dove stavano – aggiunge – il fatto è che qui mi avevano chiesto degli artisti, ed allora io ho provato ad accontentarli. Ho scorso la mia lista ed ho trovato questi due. Di fianco al nome di Goffredo, il mio assistente Pietro, aveva appuntato: “canta da Dio”. Il fatto mi ha incuriosito e quindi ho voluto ascoltare con le mie orecchie. Vicino al nome dell’altro, Vito, il buon Pietro aveva scritto: “è di una simpatia celestiale”. Mi è sembrata quasi una provocazione. Ecco perché sono qui. Ma sono amaramente pentito di averli convocati. Il fatto è che ora non posso rispedirli indietro. Mi toccherà sopportare questo casino per l’eternità”. Così dicendo si avvicina al palco. Stringe la mano a Vito, poi si gira, stende la mano a Goffredo: “però aveva ragione Pietro, lei ha una voce da Dio” afferma sorridendo.

Qualcosa mi scuote. Ho un sussulto. Mi sveglio. Peccato.


Note: di Lorenzo Peluso.

Pubblicato il 05-11-2014, letto 2461 volte

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