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Giuseppe La Rosa, l'ultimo eroe di un Paese che esiste.


Herat – Lo chiama Peppe, ne parla come se lo avesse appena lasciato, magari a mensa, oppure a chiacchierare in Piazza Italia, nel cuore di Camp Arena. Il maggiore Roberto Diaso, amico fraterno di Giuseppe la Rosa, mi racconta dell’ultimo grande eroe italiano, morto tragicamente l’8 giugno 2013 in Afghanistan a seguito di un attentato terroristico.


Un ultimo sacrificio, di sangue, che il tricolore porta impresso, in quel colore bianco, tra il verde della speranza ed il rosso che gli antichi romani, nella venerazione del Dio Marte, re della guerra, interpretavano come il sangue sparso durante le battaglie. Chi indossa la divisa, chi vive la mimetica e le armi come missione, conosce bene il significato di morire in battaglia. Lo accetta; lo capisce. Lo mette in conto. Più difficile è superare, farsene una ragione, una morte avvenuta per mano di un bambino. Uno di quei bambini che ogni giorno si incontrano lungo le strade polverose dell’Afghanistan quando i lince, attraversando villaggi remoti nella landa desolata del paese degli aquiloni, si fermano per dare conforto, portano medicinali, offrono un sorriso, aiutano un popolo di disperati. Il Maggiore della Brigata Sassari Giuseppe La Rosa (nella foto in alto) è morto così; per mano di un bambino. Il Maggiore La Rosa, siciliano, aveva appena 31 anni, era a bordo di un Lince con i suoi commilitoni. La mattina del 8 giugno dello scorso anno, alle 10,30 locali, stava rientrando nella base di Farah, dopo aver svolto un’attività in sostegno alle unità dell'esercito afghano. Il mezzo rallenta; un bambino di 11 anni si avvicina. Uno scatto fulmineo verso la ralla. Il bambino scaglia all’interno del mezzo blindato l’ordigno esplosivo. Il maggiore La Rosa, all’interno, lo vede; capisce. Decide. Con il proprio corpo fa scudo. L’ordigno esplode. Giuseppe muore; tre militari rimangono feriti; ma vivi. “Veniva fatto oggetto di un vile attentato terroristico. Con eroico gesto, dimostrando non comune coraggio, impareggiabile generosità e cosciente sprezzo del pericolo, si immolava, ponendosi a scudo delle altrui vite, proteggendole con il proprio corpo dalla deflagrazione di un ordigno lanciato all'interno del veicolo nel quale viaggiava. Altissima testimonianza di nobili qualità umane ed eroiche virtù militari, spinte fino al supremo sacrificio” si legge nella motivazione del conferimento della Medaglia d’Oro al Valor Militare, conferita lo scorso 6 Febbraio dal Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, e consegnata ai familiari. Come amici, da sempre, uno al fianco dell’altro, ci avviciniamo alla bandiera italiana posta al centro di Piazza Italia. Io ed il Maggiore Diaso. Mi parla di Giuseppe, della sua allegria, della sua preparazione; i suoi sogni e le sue passioni. Il suo essere meridionale; siciliano. L’orgoglio di servire il proprio Paese. Una scelta di vita entrare nelle Forze Armate; non solo per il lavoro. Per i valori, per poter dare il proprio contributo. Ai piedi del tricolore un nuraghe, simbolo della presenza della Brigata Sassari in Afghanistan. Roberto si piega; con la mano accarezza la fredda pietra che porta inciso il nome di Giuseppe. Negli occhi le lacrime si affacciano al volto. Roberto non parla. Io neppure; non saprei cosa dire. La mano continua a sfiorare quella pietra. Mi avvicino e la leggo. “Maggiore Giuseppe La Rosa, terzo reggimento Bersaglieri, caduto in combattimento. Farah 8 giugno 2013” In alto, sui due lati, le effige della Brigata Sassari e del reggimento Bersaglieri. “Lui era un ragazzo dai grandi valori. Scherzava sempre. Era di una disponibilità che non trova eguali. Amava la sua famiglia, gli amici. Amava il suo lavoro; questo lavoro” sussurra Roberto. Il Maggiore La Rosa è la 53esima vittima italiana in teatro afghano. “Io faccio il suo stesso lavoro – aggiunge Roberto – nel Military Advisor Team della Transition Support Unit South (TSUS); diamo supporto alle forze armate afghane al fine di garantire la continuità del lavoro svolto da noi in questi anni quando andremo via, a dicembre”. A pochi passi c’è Ciano. Un bar all’interno della base. Ci avviciniamo, entriamo. Qualche cosa da bere. I bicchieri sono in plastica; poco importa. “A Giuseppe”. “A Giuseppe ed a tutti coloro che qui rimarranno; per sempre” aggiungo io. Usciamo. Ci salutiamo. Il Maggiore Diaso (nella foto in basso), Roberto, mi abbraccia. Siamo amici da sempre; ma non lo sapevamo. Ajò, Roberto.



Note: di Lorenzo Peluso, inviato in Afghanistan.

Pubblicato il 22-07-2014, letto 1030 volte

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